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“La Corte penale Internazionale merita un sostegno convinto” di Maurizio Delli Santi

Riproduciamo ampi stralci dell’articolo di Maurizio Delli Santi, pubblicato da Avvenire il 18 luglio 2025.

LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE MERITA UN SOSTEGNO CONVINTO

Si può ancora credere nel ruolo della Corte penale Internazionale? L’interrogativo richiede una riflessione, visto che la giornata di ieri, 17 luglio, dedicata alla «giornata mondiale della giustizia internazionale penale», giunge peraltro nel 30° anniversario del genocidio di Srebrenica. Sarebbe doveroso da parte delle Istituzioni e del mondo accademico ricordare una data in cui l’Italia fu protagonista – grazie anche alle idee di giuristi come Giuliano Vassalli, Antonio Cassese e Umberto Leanza – di un momento fondativo di civiltà giuridica: nella tarda serata del 17 luglio 1998, a Roma, nella sala dell’Assemblea della FAO un lungo e fragoroso applauso salutò l’annuncio con cui il Presidente dell’Assemblea di 160 delegati, Giovanni Conso, proclamò l’adozione dello Statuto della Corte penale internazionale, da allora riconosciuto nel mondo come lo Statuto di Roma.
Dopo […] la Carta delle Nazioni Unite del 1945 […], finalmente il trattato sullo Statuto di Roma costituiva una Corte internazionale dal carattere permanente: si affermava quindi la perseguibilità universale dei crimina iuris gentium, il genocidio, i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, annunciando anche quella per il crimine di “aggressione” (la violazione con la forza della sovranità di uno Stato) definitivamente riconosciuta nel 2018. Per il principio di “complementarietà” la Corte di fatto obbliga gli Stati a perseguire i criminali di guerra: interviene infatti quando gli Stati dimostrano di non avere la volontà o la capacità di perseguire i responsabili. […]
Era inevitabile che un sistema di giustizia rivoluzionario trovasse ostacoli: dopo i genocidi del Ruanda (1994) e di Srebrenica (1995), un momento favorevole per la mobilitazione mondiale di vasti movimenti d’opinione riuscì a scuotere la diplomazia internazionale. Lo Statuto raggiunse così 120 voti a favore […] mentre 21 Stati si astennero e solo 7 furono contrari: Stati Uniti, Cina, India, Israele, Turchia, Filippine e Sri Lanka. Anche la Russia aveva approvato lo Statuto, sebbene poi ritirò la firma. Gli Stati Uniti di Obama e di Biden dimostrarono un avvicinamento alla Corte, ma alla fine hanno sempre temuto per la loro sovraesposizione nelle missioni internazionali. L’ostilità è netta con l’ultimo executive order di Trump che ha sanzionato i giudici della Corte, indicati “nemici degli Usa e di Israele” per avere incriminato il premier israeliano Netanyahu per le stragi di Gaza.
Lo Statuto di Roma ha raggiunto 125 ratifiche, ma al di là della posizione degli Stati Uniti e della mancanza di adesioni importanti, il problema sta nella credibilità della Corte che oggi investe anche l’Europa, per lungo tempo sua principale sostenitrice. L’interrogativo da porsi non è quindi tanto sulla credibilità in sé della Corte penale internazionale, ma piuttosto dove sia l’interesse degli Stati a non sostenerne la convinta attuazione con l’ipocrisia e fragili tesi superate dal nuovo ius gentium.
Di certo anche per l’Italia, madre dello Statuto di Roma, è un silenzio colpevole non unirsi agli Stati che hanno condannato l’executive order di Trump contro i giudici della Corte, così come si delegittima la Corte non eseguendo un mandato d’arresto senza consultarla preventivamente (il caso Almasri…) o insidiandola con improvvidi richiami alle immunità: non si può avallare una doppia morale per i leader “amici” o troppo minacciosi. Il sostegno alla Corte va oltre il suo modello di giurisdizione perché investe l’intero sistema del diritto internazionale. Ed è sulle regole dello “Stato di diritto” che anche l’Europa, contaminata dalla guerra ibrida delle false rappresentazioni e da derive populiste e sovraniste, non trova più argomenti di coesione. Ai leader europei vanno perciò sollecitate voci più convincenti su un multilateralismo inclusivo che riavvicini il Global South, contro il ricorso alla forza nelle controversie internazionali e sul principio che la tutela dei diritti umani è criterio di riconoscimento nella comunità internazionale e fondamento per la pace e la stabilità internazionale. E vanno richiamate con forza l’autodeterminazione dei popoli e le norme basilari che già nell’Ottocento imponevano limiti alla violenza bellica […]. Lo Statuto di Roma non fa che sancire in maniera inequivoca questi principi: è questo il momento di sostenere il diritto internazionale e la Corte penale internazionale, uniche alternative per non rassegnarsi ai domini imperiali e al disordine mondiale.

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