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“I diritti (sulla carta) dell’uomo” Lelio Basso

In occasione del 10 dicembre, Giornata mondiale per i diritti umani, riproponiamo uno scritto di Lelio Basso, pubblicato su Il giorno del 10 dicembre 1975.

L’anno prossimo cadrà il duecentesimo anniversario della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 1776), che contiene il celebre capoverso: «Consideriamo evidenti per se stesse le verità seguenti: tutti gli uomini sono creati uguali: essi sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili; fra questi diritti si trovano la vita, la libertà e la ricerca della felicità. I governi sono stabiliti dagli uomini per garantire questi diritti, e il loro giusto potere emana dal consenso dei governali. Ogni qual volta una forma di governo diviene distruttiva di questo scopo, il popolo ha il diritto di cambiarla o di abolirla e di stabilire un nuovo governo, fondandolo sui principi e organizzandolo nella forma che gli sembreranno le più adatte a dargli sicurezza e felicità».

È questa, storicamente, la più antica Dichiarazione dei diritti dell’uomo proclamata formalmente con significato universale, cioè con riferimento a tutti gli uomini e non ad alcune classi sociali: i documenti inglesi che l’han preceduta avevano un raggio di incidenza più limitato, e quelle francesi l’hanno seguita sia pure di pochi anni. Furono tuttavia le Dichiarazioni francesi dei diritti, rinnovate nel corso della rivoluzione, che si diffusero successivamente per tutta l’Europa e si iscrissero in molte costituzioni, come preambolo o principi fondamentali, e si può dire che il secolo XIX, pur senza realizzarli mai, abbia teso in generale a legiferare in senso sempre più vicino a questi principi. Tuttavia è forse superfluo notare che “l’uomo”, in queste dichiarazioni, equivaleva di fatto a “l’uomo bianco occidentale”: negli Stati Uniti la schiavitù nera durò fino agli anni ’60 del secolo scorso e nello stesso decennio fu abolita in Russia la servitù della gleba: quanto ai popoli coloniali, era pacifico, anche per diritto internazionale classico, che dovessero essere considerati uomini di seconda o terza categoria e quindi fruenti di diritti minori o, addirittura, di nessun diritto.

Purtroppo il nostro secolo doveva poi oscurare e addirittura cancellare la tendenza verso un’estensione e un approfondimento dei diritti dell’uomo: il divampare di tendenze nazionaliste, poi esasperate fino al razzismo, le guerre mondiali con il conseguente scatenamento di ferocia, la volontà  repressiva contro il movimento operaio avanzante, il tutto culminato nella barbarie nazista, fecero sentire agli uomini la necessità  di una ancor più solenne e universale riaffermazione di questi diritti. Si addivenne cosi il 10 dicembre 1948, esattamente 27 anni fa, al voto della terza Assemblea generale delle Nazioni Unite che approvava la Risoluzione 217 (III) A, che è appunto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la quale ha inizio con l’affermazione che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti eguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà  della giustizia e della pace nel mondo”.

L’importanza di questo documento, oltre che per l’ampiezza del suo contenuto, deriva dal fatto che, essendo contenuto in un testo internazionale, fa della difesa dei diritti dell’uomo in ciascun Paese un problema internazionale e non più soltanto un problema interno, anche per l’esplicita affermazione sopra riportata che «il riconoscimento di questi diritti costituisce il fondamento della pace nel mondo, che è stato sempre il bene massimo tutelato dalle norme internazionali. Questo documento, accettato anche dall’Italia, ha poi prolificato e la storia di questa proliferazione è testimonianza al tempo stesso del progredire della coscienza degli uomini verso l’esigenza di un riconoscimento della loro piena dignità, ma anche della resistenza opposta dai governi a dare, in ultima analisi, una tutela effettiva dei diritti umani: tutela che rappresenta ovviamente un limite all’arbitrio caro ad ogni potere.

Abbiamo cosi una convenzione di salvaguardia dei diritti dell’ uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 dai governi membri del Consiglio d’Europa, che istituisce anche una Commissione europea dei diritti dell’uomo e una Corte europea dei diritti dell’uomo, munita di potestà  giurisdizionale; abbiamo una Dichiarazione americana dei diritti e doveri dell’uomo, che costituisce l’Atto finale della Conferenza interamericana di Bogotà  del 1948 (che precede di qualche mese la Dichiarazione universale dell’ONU); abbiamo infine, oltre le Dichiarazioni, dei testi di convenzioni con cui gli Stati, ratificandole, s’impegnano reciprocamente al rispetto dei diritti dell’uomo. In particolare, ricordiamo sul piano dell’ONU il patto internazionale elaborato dall’Assemblea e adottato il 16 dicembre 1966, e, sul piano americano, la convenzione del Costarica, Tuttavia, gli stessi governi, che votano in sede di Assemblea dichiarazioni solenni o proposte di convenzioni, esitano poi molto a sottoporre le convenzioni obbligatorie alla ratifica degli organi competenti (in Italia, il Parlamento), in modo che, di fronte alle violazioni continue e patenti segnalate da ogni parte, essi possono rispondere, a parte le negazioni di fatto che persino la Giunta di Pinochet ha avuto il coraggio di fare, che essi non sono ufficialmente vincolati al rispetto di queste norme.

Oggi, mentre attraversiamo in tutti i campi, da quello economico a quello morale e politico, una crisi di tutta la civiltà contemporanea, sentiamo più che mai la crisi di questi valori mille volte proclamati e sistematicamente violati. Dall’America latina all’Africa del Sud o all’Indonesia non esiste nessuna efficace difesa contro queste violazioni, e oggi noi assistiamo un po’ in tutto il mondo alla beffa di una celebrazione universale e di una pressoché universale violazione.

Sarebbe tuttavia ingiusto dire che questi diritti, scritti da due secoli su tante carte, sono soltanto una beffa; non c’è dubbio che la semplice proclamazione è già un riconoscimento della forza che la coscienza di questi diritti ha in mezzo agli uomini e fra tutti i popoli della terra, ed è al tempo stesso uno strumento di lotta in mano a coloro che sono decisi a difendere la loro dignità contro l’arroganza, gli abusi e le prepotenze del potere. Dobbiamo sentirci oggi tutti impegnati in questa lotta fra il diritto della forza e la forza del diritto, fra le infinite forme di oppressione del potere (economico, politico, culturale, militare, ecc… dalle dittature alle grandi società multinazionali) e la tenace volontà dell’uomo di affermare la propria personalità e di espanderla in un clima di libertà e di rispetto reciproco. Forse gli anni che ci attendono potranno essere anni decisivi in questa battaglia, se avremo tutti il coraggio, la volontà e la tenacia di continuare a combattere, pure in mezzo a tante difficoltà, perché la giornata del 10 dicembre non si riduca a una scialba cerimonia ufficiale, ma segni veramente per tutti gli uomini della terra, qualunque sia il loro colore e la loro condizione, l’alba di un nuovo giorno.

 

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