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Ciclo di incontri “Le strade dei libri”

Le strade dei libri
i libri della storia, i libri nella storia

 

 

L’influenza dei libri sulla storia è un fatto incontestabile. Lo è tanto più in rapporto a ciò che siamo soliti chiamare modernità, inaugurata fra le altre cose proprio dall’invenzione della stampa. All’inizio del XVI secolo, vecchi e nuovi pensieri, vecchie e nuove tradizioni culturali si propongono come un patrimonio potenzialmente accessibile a tutti. Nessun libero esame delle Scritture sarebbe possibile, senza le cinquecentine che racchiudono file di parole ordinate in modo regolare, incolonnate precisamente nelle pagine, rilegate per resistere all’usura del tempo. Il libro moderno, il libro come noi lo conosciamo, diventa rapidamente un protagonista dello sviluppo europeo. È ambito dalla nuova borghesia cittadina in formazione. È strumento delle controversie e dei dibattiti promossi dagli eretici e dagli irregolari dell’aristocrazia. È veicolo dell’alfabetizzazione degli strati più sensibili delle masse popolari, che imparano a sottrarsi ai meccanismi della subordinazione e della passività.
In gran parte, il potere delle idee resta legato ai dispositivi dell’autorità. Ma i libri che ne costituiscono il puntello cozzano contro altri libri, spesso “maledetti”, che pongono in discussione le strutture sociali e ideologiche. La circolazione dei temi, degli argomenti, delle ipotesi produce uno spazio pubblico e, al contempo, un campo di attrazione politico. Il libro accelera la storia. Il suo potere di impatto sugli immaginari collettivi delle classi in via di formazione e trasformazione ridisegna i rapporti fra il passato, il presente e il futuro.

Questa vicenda è stata raccontata molte volte, e via via si è trasformata in un punto d’onore della coscienza europea. Oggi noi siamo in condizioni di comprenderne le molte ambiguità. Siamo in condizioni di ascoltare le ragioni di Calibano, e di allontanarci dagli stereotipi spirituali che cancellavano con un colpo di penna (stampata) intere tradizioni umane. Ma è anche vero che viviamo in tempi in cui il senso del reale si confonde e si sminuzza nell’inondazione caotica della cultura digitale. In questo contesto, la pretesa di verità del libro, anche quando è una pretesa utopica, anche se si presenta intrisa di hybris ideologica, costituisce un patrimonio da riscoprire e ripensare.

Insomma, molti libri hanno “sconvolto” il mondo. E lo hanno fatto fornendone ritratti critici, tracciando alternative di vita, immaginando strade nuove da percorrere. Sono scritti particolari. Trattati, libelli, testi programmatici: una famiglia che, nata e cresciuta nel moderno, ha invaso la contemporaneità fino a segnare il Novecento in modo indelebile.
La Biblioteca della Fondazione Basso possiede diverse rare edizioni di questo genere di opere. È sua intenzione e compito valorizzarne la conoscenza, facendo uscire queste
pagine dal chiuso degli scaffali, o dalla ridotta della citazione saccheggiata con il copia-incolla.
“Le strade dei libri” vuole essere un primo passo in questa direzione. Una selezione di testi decisivi da conoscere o riscoprire. Una opportunità per pensare di nuovo i pensieri che ci hanno pensato. Una occasione di studio, confronto e discussione sul potere spirituale ma anche materiale del libro, e sul suo effetto di moltiplicazione delle idee e della volontà nella storia.

Programmazione:

  • Martedì 5 marzo 2024 h. 17.30
    Tommaso Moro, Utopia, edizione italiana 1548

    Relatori: Giulio Azzolini, Mario Farina
    «Per chi ruba, si stabiliscono pene gravi, pene terribili, mentre meglio era provvedere a qualche mezzo di sussistenza, acciocché nessuno si trovasse nella spietata necessità, prima, di rubare, e poi di andare a morte».
    All’alba dell’accumulazione primitiva, la città razionale platonica si trasforma in ideale di tolleranza e uguaglianza.
  • Giovedì 18 aprile 2024, h. 17.30
    Stephanus Junius Brutus, Vindiciae contra tyrannos, 1579


    Relatori: Antonello Ciervo, Francesco Riccobono, Nello Rossi
    «Se la tirannide si vuole insinuare in uno Stato, al minore tra il popolo è lecito respingere tale usurpazione».
    Le monarchie assolute, le guerre di religione, l’idea del patto originario e la sovranità del popolo. La fondazione del diritto di resistenza nel classico dei “monarcomachi”
  • Martedì 4 giugno 2024, h. 17.30
    Jean-Jacques Rousseau, Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini, 1755

    Relatori: Mario Reale, Francesco Toto
    «È molto difficile ridurre all’obbedienza chi non aspira a comandare».
    Lo stato di natura, i primi moti di orgoglio e il “peccato originale” della proprietà, l’amor di sé e l’amor proprio. Una antropologia complessa al servizio di un pensiero che spinge l’Illuminismo oltre se stesso.

Da programmare:

  • Karl Marx – Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848
    «Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di tutti gli altri partiti proletari: formazione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato».
    Il programma di una classe universale, una opzione sulla storia nella storia, l’incontro più alto di profezia e realismo politico.
  • Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?, 1899
    «Bastò che l’opportunismo aprisse bocca, perché dimostrasse di non avere nulla da dire».
    L’idropisia revisionista è malattia fisiologica dei grandi partiti di massa. La più appassionata difesa del movimento politico della classe operaia come processo votato al fine, come cammino quotidiano inscritto in un orizzonte generale di emancipazione radicale.
  • Vladimir I. Lenin, Stato e rivoluzione, 1917
    «È più piacevole e più utile fare “l’esperienza di una rivoluzione” che non scrivere su di essa».
    Alla vigilia della conquista del Palazzo d’Inverno, la dittatura del proletariato pensa se stessa. Spezzare la vecchia macchina dello stato è il suo compito immediato. Porre le basi dell’estinzione delle nuove istituzioni politiche è la sua prospettiva. Un libro che ha davvero “sconvolto” il mondo del Novecento.
  • Simone Weil, La condizione operaia, 1952 1. ed. italiana
    «Giornata senza incidenti. Non troppo penosa. Fraternità silenziosa con quel burbero operatore che sta in fondo (il solo). Non ho parlato con nessuno».
    Tra le due guerre, con il fascismo alle porte, la ricerca dell’umano e della trascendenza precipitano fra le macchine, i turni, i cronometristi, nell’esperienza di «una professoressa girovaga fra la classe operaia».
  • Frantz Fanon, I dannati della terra, 1961
    «Ora avviene che quando un colonizzato sente un discorso sulla cultura occidentale, tira fuori la roncola o per lo meno si accerta che gli è a portata di mano».
    Alla vigilia dell’indipendenza algerina, un ribaltamento radicale di prospettive respinge la civiltà dei colonizzatori, e il loro universalismo assassino. Le masse dei campi, delle risaie e delle foreste scoprono il reale, liberandosi dei loro fantasmi. Ma è una scoperta possibile solo dentro pratiche effettive di liberazione, che non possono basarsi sulle illusioni della “dignità umana” occidentale.
  • Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, 1963
    «Anche se i partiti rivoluzionari riconobbero, sebbene a malincuore, i consigli come strumenti di “lotta rivoluzionaria”, cercarono sempre, persino nel bel mezzo delle rivoluzioni, di levarseli di torno».
    Una requisitoria antigiacobina in nome dell’azione intesa come costruzione effettiva dello spazio pubblico. Il tesoro perduto delle rivoluzioni come sorgere della libertà plurale, sottratta alla macchina della necessità storica.
  • Camilo Torres, Messaggio ai cristiani, 1964
    «La rivoluzione non solo è permessa, ma obbligatoria per i cristiani che vedono in essa l’unica maniera efficace e ampia per realizzare l’amore per tutti».
    L’amor eficaz spinge il cristianesimo ai confini del Concilio Vaticano II. La grazia e le opere instaurano un dialogo nuovo nella lotta per la giustizia, aprendo nuove prospettive a credenti e non credenti.
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