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Edizione 2010 |
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Programma
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Gli incontri di studio del 2010
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1. Populismo, linguaggi, comportamenti: crisi o trasformazioni della democrazia? (venerdì 29 gennaio 2010, ore 14,30 - 19,00)
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La democrazia è un processo ininterrotto, che cambia con il cambiare dei contesti economici, sociali, culturali, mediatici. Non esiste il regime democratico perfetto e il populismo storicamente si mostra una costante dei processi democratici piuttosto che una sua drastica alternativa. Attualmente, non solo in Italia, forme più o meno accentuate di populismo sembrano derivare da un vuoto politico prodotto dalla debolezza dei partiti e dalla perdita della loro funzione storica di mediazione e canalizzazione delle istanze sociali nelle sedi politiche istituzionali. In Italia, a questa debolezza della politica si accompagna una forte presenza di organizzazioni corporative (per non parlare delle mafie, che condizionano in modo determinante la vita politica, economica e sociale di intere regioni), che tutelano alcuni ceti e alcuni soggetti, ma accentuano la debolezza e la precarietà dei molti. E’ su questa debolezza e questa precarietà che cresce il populismo. Le forme e i contenuti dell’affermazione della leadership contemporanea e gli eccessi di personalizzazione hanno implicazioni particolarmente critiche sui modi di funzionamento dell’organizzazione sociale e sulle vite dei cittadini, non facilmente neutralizzabili dalla pur intensa diffusione dei social network. Analisi semplicistiche si radicano su abusi del linguaggio, che a loro volta influiscono sulle percezioni e sui comportamenti, rendendo più difficili le necessarie “interpretazioni” delle pratiche. Alcuni comportamenti incorporano manipolazioni striscianti o esplicite (per esempio nella generalizzazione di forme di seduzione di massa o nella costruzione fantasmatica del “nemico”) e generano forme diffuse di acquiescenza e di interiorizzazione, fino a provocare addirittura trasformazioni antropologiche. Tuttavia, ci si propongono trasformazioni positive nei processi di aggregazione sociale e nelle forme della partecipazione (come il movimento studentesco detto “onda”, ma anche i movimenti per l’ecosostenibilità dello sviluppo). La democrazia è prevalentemente minacciata o è spinta a ridefinirsi?
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Relazioni: Mariuccia Salvati, Carlo Donolo, Nadia Urbinati
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Discussione
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Coordina: Gabriella Bonacchi
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2. Neoindividualismo e nuovi legami sociali (giovedì 25 febbraio 2010, ore 14,30 - 19,00)
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L’individualismo della differenza, che si basa sul principio della salvaguardia della propria unicità e particolarità, si afferma nel XIX secolo quando si rompe il precario equilibrio fra libertà ed eguaglianza. Il legame sociale non è più concepito e vissuto come fondante della propria individualità ma come problema. L’individualismo della differenza attraversa gli ultimi due secoli ed arriva con caratteristiche nuove e specifiche nelle nostre società contemporanee. Le giuste rivendicazioni di rispetto per individualità e differenze sempre più si sono andate coniugando con forti rivendicazioni di appartenenza gruppali, comunitariste e familistiche. Insomma il neo individualismo tardomoderno tiene insieme unicità individuale e appartenenze.
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Di fronte a questo misto d’ individualismo e comunitarismo in che modo possiamo parlare del sociale e dei legami sociali ? Sono le appartenenze di classe ancora significative ? Esistono possibili forme di legami sociali che siano solidali senza essere annullanti dell’ individualità e delle diversità? Quali sono le nuove forme di condivisione ? Esistono oggi forme di legame sociale che riescano a tenere ben salde due categorie: quella dell’interdipendenza e quella dell’autonomia individuale?
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Registrata l’impossibilità di rinunciare ciascuno alla propria autonomia e alla propria differenza e registrata anche la impraticabilità di un corpus di norme e valori che sia cogente per tutti, bisognerà ricercare quali relazioni, quali pratiche sociali , quali interazioni producano e riannodino legami sociali. E quali siano i mutamenti nei processi di aggregazione sociale e nelle nuove forme di partecipazione.
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Relazioni: Arnaldo Bagnasco, Ota de Leonardis, Giacomo Marramao
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Discussione
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Coordina: Gabriella Turnaturi
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3. Economia standard e “spirito del dono” (giovedì 25 marzo 2010, ore 14,30 - 19,00)
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La secolarizzazione della società e la costruzione della modernità hanno innalzato l’“economico” a un ruolo privilegiato, dando un’enorme spinta all’incremento e alla diffusione del benessere materiale. A sua volta il benessere materiale sembra fondarsi sul premio a tutte le istanze individualistiche, egoistiche, acquisitive. Ma quale rapporto c’è tra benessere materiale e felicità? E che fine fanno le istanze altruistiche, egualitarie, solidaristiche? Che fine fa la propensione al “dono? La nozione di individuo adottata dall’economia standard sembra distaccarsi sia da quella propria del liberalismo classico – non del neoliberismo – che fa parlare di “socievolezza liberale”, sia da quella tipica tipica dell’“individualismo democratico” americano. Ma perché nella disciplina economica standard l’egoismo è dato per acquisito e l’altruismo ha bisogno di essere dimostrato? Perché la disciplina economica standard rimuove così profondamente le idee da una parte che gli esseri umani sono costitutivamente fragili, bisognosi di “cura” e di “relazioni”, dall’altra che la loro razionalità è complessa, intrisa di affettività e di emozionalità, non solo puramente strumentale? In effetti, il paradigma dell’homo oeconomicus (utilitarista ed egoista) alla base dell’economia standard svela una notevole ristrettezza. E l’angustia dell’utilitarismo mortifica l’intelligenza delle passioni e delle emozioni, specie quando il liberalismo commerciale viene reso equivalente a una liberazione morale. Alla luce di queste considerazioni è utile indagare i nuovi contributi che vengono sviluppati in ambiti meno noti dell’economia, dall’economia del dono, all’economia della felicita, all’economia dello sviluppo umano. Quali somiglianze e quali differenze esistono fra questi approcci e quali le implicazioni per il disegno delle politiche sociali?
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Relazioni: Stefano Zamagni, Leonardo Becchetti, Fabio Dei
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Discussione
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Coordina: Elena Granaglia
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4. La crisi economico-finanziaria globale: incidente di percorso o fine di un intero modello di sviluppo? (giovedì 22 aprile 2010, ore 14,30 - 19,00)
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La crisi mondiale non è solo finanziaria e non è solo regolatoria, anzi. La più grave recessione del dopoguerra, che per la prima volta dalla “grande depressione” degli anni ’30 nel 2009 porta il PIL mondiale a un incremento negativo, manifesta che la crisi costituisce l’esaurimento – e il fallimento – di un intero modello di sviluppo, quello che va sotto il nome di “neoliberismo”. Di tale modello l’esplosione delle diseguaglianze non è né un appendice né un epifenomeno ma un elemento strutturale. Il modello di sviluppo prevalso negli ultimi decenni ha, infatti, come sua componente intrinseca l’alterazione della distribuzione del reddito e l’accentuazione delle diseguaglianze proprio perché è costituito da una miscela fatta di spirito “probusiness”, salari stagnanti e scarso welfare pubblico, deregolazione spinta (e cattiva regolazione), leva dei tassi di interesse, innovazione finanziaria selvaggia, economia e cultura del debito, spesa militare. Un modello diffusosi in varie forme in tutto il mondo, ma accentuato negli USA dell’amministrazione repubblicana, i quali hanno associato squilibri della bilancia commerciale, deficit pubblico, elevatissimo indebitamento di tutti gli operatori privati (famiglie e imprese), svalutazione del dollaro, abnorme incremento della diseguaglianza nella distribuzione dei redditi. La superfetazione della finanza ha modificato la natura della finanza stessa, mentre ha distorto profondamente l’economia reale. I problemi oggi sono immensi e riguardano sia l’inefficienza economica, sia l’ingiustizia sociale, sia la sostenibilità ambientale. Questi stessi problemi ci dicono, però, che una crisi di questo genere può essere anche una grande occasione per un nuovo modello di sviluppo. Il primo imperativo è raccogliere il bisogno crescente di multilateralismo e di un coordinamento internazionale nel quale l’Europa – troppo spesso prigioniera di una sorta di “minimalismo” – eserciti un ruolo appropriato.
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Relazioni: Giorgio Ruffolo, Laura Pennacchi, Silvano Andriani
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Discussione
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Coordina: Chiara Giorgi
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5. La crisi e i nuovi equilibri stato-mercato (giovedì 27 maggio 2010, ore 14,30 - 19,00)
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La crisi economico-finanziaria riporta in auge un massiccio intervento pubblico, praticato soprattutto per salvare banche e intermediari finanziari. Occorre radicalmente ripensare il rapporto pubblico/privato “nella” crisi, “dopo” la crisi. Non si può rimanere stretti tra la Scilla di un “neoliberismo di risulta” e la Cariddi di un “neostatalismo decisionista/autoritario”, orientato ancora una volta non al bene comune ma all’affermazione dello spirito probusiness. Molte altre vie possono essere esplorate. A partire dal porsi domande che sembravano superate: siamo di fronte a un’eclisse dello stato-nazione o a un suo grande ritorno? Le disparità e l’opulenza che sono state generate sono giustificate? Quale impatto hanno su salari e consumi mercati del lavoro precarizzati? E un nuovo intervento pubblico può essere modellato dall’orientamento ai beni comuni? Una regolazione rinnovata e più stringente è necessaria ma non sufficiente. Da diverse ipotesi di intervento pubblico discendono diverse implicazioni in termini di diritti fondamentali di cittadinanza, di regolazione dei mercati, di gestione dell’economia, di riforma della pubblica amministrazione, di modellazione delle visioni dell’impresa, di legittimazione della tassazione e della redistribuzione. La riflessione su un nuovo intervento pubblico non può non partire dalla domanda su quali potranno essere le sorgenti per lo sviluppo futuro: la qualità, l’innovazione, la giustizia sociale, la rivoluzione verde.
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Relazioni: Edoardo Reviglio, Salvatore Biasco, Cecilia Guerra
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Discussione
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Coordina: Giancarlo Monina
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6. Sostenibilità e ambiente (giovedì 24 giugno 2010, ore14,30 - 19,00)
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L’attuale crisi ambientale ha molteplici radici e si presta ad altrettante interpretazioni, che pongono l’accento ora su fattori culturali e demografici, ora sul modello di sviluppo, sullo sfruttamento a scopi produttivi delle risorse naturali. L’approccio neomalthusiano, che addebita la crisi ambientale all’incremento mondiale della popolazione, ha contribuito a sollevare la questione dei “limiti dello sviluppo”, centrando però l’attenzione sugli squilibri causati dalla crescita dei paesi in via di sviluppo e suffragando semmai la posizione di quanti invocano una razionalizzazione nella gestione economica delle risorse, magari attribuendo anche ai beni naturali un valore di mercato, capace di preservarli e valorizzarli. La critica ambientalista al modello di sviluppo guarda invece alla stessa razionalità che presiede alla crescita economica, alle logiche del profitto che guidano lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, alle forme insostenibili di consumo di cui si alimenta. La diffusa ma incerta sensibilità ambientale nei paesi occidentali – attestata in questi anni dalla parabola discendente della rappresentanza ambientalista in Italia – è anche il prodotto della mancata comprensione dei termini di questo dibattito, e, con essi, della drammaticità del degrado ambientale globale. Quando non si oppongono le ragioni del benessere economico a quelle dell’ambiente, ci si affida al progresso tecnico e a soluzioni produttive di volta in volta presentate come “eco-sostenibili”, ma non di rado riservate ai soli paesi industrializzati avanzati. La diffusione di tecnologie alternative è un passaggio indispensabile ma non dissociabile da un più complessivo ripensamento del modello di sviluppo, che risponda a ragioni di equità verso i paesi sottoposti all’usura delle risorse dalle pressioni del mercato internazionale, e alle emergenze ecologiche globali, ai cambiamenti climatici, alla progressiva carenza d’acqua, all’impoverimento della bio-diversità. Un complesso di questioni che interroga le culture politiche “tradizionali”, sollevando questioni cruciali in materia di rappresentanza delle istanze ecologiche e di controllo democratico delle decisioni, dal piano locale a quello globale.
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Relazioni: Gabriella Corona, Giorgio Nebbia, Danielle Mazzonis
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Discussione
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Coordina: Catia Papa
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