Il 2009 è l’anno del futurismo. Ignorato per lunghi decenni, sepolto dal disprezzo e dalla diffidenza per
l’adesione al fascismo, talora aperta e trionfalista, e invece segnata in alcuni esponenti (Carrà, Barbara) dalla disillusione e dal rifiuto, la più importante delle cosiddette “avanguardie storiche” non cessa di stupire – oggi – per una assoluta peculiarità. Nel XXI secolo, le tracce lasciate dai futuristi innervano tutte le sensibilità che ci appaiono coincidere con il Novecento: dal fascino della tecnica e dell’innovazione, alla dissoluzione dell’io cartesianamente formulato, fino all’ammirazione e/o rifiuto per la massa e il potere. I consumi promessi dalla produzione industriale vibrano ancora di un desiderio vergine che tutto attraversa: dalla cucina alla pagina a stampa, passando per poesie, aerogrammi, manifesti per la lussuria, gioielli di gomma e legno, scene teatrali e protomodelli di sartoria.
La pittura è forse l’aspetto più indagato di questo onnivoro movimento artistico e molti sono gli spazi e i momenti ad essa dedicati. Meno noti sono i suoi monumenti – per così dire – di carta: libri, fascicoli di riviste, opuscoli e manifesti (di cui la biblioteca Basso conserva un importante fondo), la cui semplice visione mette subito in chiaro la genealogia del nostro presente editoriale. Da tali monumenti emergono: la grafica futurista, così innovativa da essere adottata quasi subito in tutto il mondo, dall’Europa, alla Russia sovietica fino agli Usa del New Deal; lo sfoggio orgoglioso di carta povera e poverissima, di contro all’uso talvolta tronfio e ridondante di cartoncino e dorature; i colori – il grigio, il marroncino, il verde bottiglia e un certo livido lilla assai diverso dall’imperante viola liberty - direttamente attinti alla nuova quotidianità urbana. Tutto questo ci conduce al cuore dell’Europa tra le due guerre mondiali: un’eredità ricca di guadagni e grandissimi scacchi, che ancora oggi stiamo elaborando.